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ricostruzione Abruzzo terremoto 2010

La voce della gente, Abruzzo

Questa sezione vuole diventare una sorta di raccoglitore della voce delle persone che sono entrate dentro le nuove abitazione costruite dopo il sisma.

Attraverso interviste organizzate solo con il consenso e il volere degli interessati, siamo entrati dentro le case, abbiamo ascoltato momenti di certo emozionanti e commoventi di quella mattina d'Aprile. Allo stesso tempo abbiamo chiesto alle persone come vivono in queste nuove case, cosa gli manca, quale è il loro punto di vista. Li coinvolgiamo dopo la ricostruzione, poichè prima, probabilmente, non c'era il tempo pratico di farlo, per ovvie ragioni di tempistiche che spesso ostracolano le cose più importanti. Abbiamo ascoltato varie famiglie e questo ci aiuterà anche a migliorarci, di fronte ad eventuali critiche che verrano in ogni caso pubblicate su questa sezione in assoluta trasparenza.


Paola e Amerigo, Goriano Subequo (L'Aquila)

Paola e Amerigo, dopo 3 mesi nella tenda e numerosi settimane in un albergo della costa, vivono ora nell'alloggio M.A.P. che ILLE e Belwood hanno realizzato nell'area di Goriano Subequo, un affascinante borgo a circa 40 km da L'Aquila. Il borgo è ancora lì, anche se il centro storico è oramai disabitato con numerose abitazioni non più agibili. Sono tanti i paesi intorno L'Aquila che purtroppo hanno ricevuto dal sisma del 6 Aprile 2009 una difficile prova. Spopolati ancora di più, ma di una bellezza rara, come lo è Goriano, aspettano una "mano" che in qualche modo riesca a tirarli su.

F: Goriano e voi?
P&A: Questa è una zona bellissima dell'Abruzzo, ne siamo innamorati. Purtroppo nei paesi e soprattutto a Goriano c'è rimasta poca gente. La nostra casa, tutti i nostri investimenti sono nel borgo antico, in una abitazione classificata "E", cioè non agibile. Chissà quanto ci vorrà per vederla risistemata. Speriamo che i decreti siano rapidi e che presto si possa rivedere questi paesi rivitalizzati.

F: E la nuova casa?
P&A: Non abbiamo niente da dire sul nuovo alloggio, però la pioggia è veramente un tormento, fa veramente troppo rumore, immagino che chi deve andare a lavorare possa fare difficoltà a dormire. A parte questo ed altre piccole cose, non ci possiamo lamentare. Chissà quanto tempo bisognerà stare in queste casette provvisorie, quindi ci attreziamo a fare del nostro meglio e a sentirci a nostro agio.

F: Altro?
P&A: Noi crediamo che poichè qui ci si starà appunto un bel pò, si debba intervenire per sistemare piccole cose, ma che se trascurate, rischiano di compomettere la qualità di queste abitazioni, che sono molto accoglienti e in una bella posizione.


Caterina, Camarda (L'Aquila)

La signora Caterina vive dal 17 febbraio 2010 in un alloggio dei M.A.P. di Camarda. Durante la nostra visita c'è anche il signor Arcangelo, che è andata a trovarla per bere un caffè. Arcangelo è vicino di casa, prima lo erano nella vecchia Camarda, ora lo sono nella nuova area di espansione per gli alloggi della post-emergenza.

F: Dove stavate prima di venire ad abitare nei M.A.P. ii Camarda? A: Io sono stato in tenda a Camarda per qualche mese e poi mi sono trasferito nella casa di mia sorella che vive negli Stati Uniti, una casa che comunque con un tetto anche se c'erano vari problemi. Non c'erano i mobili e neanche i termosifoni, ma almeno non ci pioveva dentro.

C: Io invece prima di entrare in questo appartamento sono stata da mia figlia a Roma per un po' di tempo, poi per un periodo sono stata a Filetto, in un B&B riservato dalla Protezione Civile. Ogni tanto da Roma tornavo a trovare qui amici e parenti anche se il mio desiderio era sempre quello di poter riavvicinarmi a Camarda. In tenda sono stato per qualche giorno a trovare lo zio che alloggiava nel campo sfollati di Paganica.

F: La notte del terremoto?
C: La scossa la ho sentita tutta, è stata tremenda e oltretutto non potevo scappare perchè la porta non si apriva. Per fortuna sono riuscita a telefonare a mia cugina spiegandole che ero rimasta intrappolata dentro casa e così sono riusciti a farmi uscire dalla finestra del bagno del piano terra, solo dopo avere levato una grata di ferro che era stata messa per difendersi da eventuali intrusioni. Ironia della sorte, sono uscita da dove teoricamente non si poteva entrare. Ringrazierò per sempre mia cugina e famiglia perchè sono stati i miei angeli custodi e mi hanno fatto uscire.

F: Cosa si prova in quegli istanti?
C: In quell'istante avevo capito che era successo qualcosa di terribile. Avevo perso tutto. Mi ricorderò per sempre il boato del terremoto, le cose cascare e soprattutto le croci sui muri (la croce di Sant'Andrea, segno di fessurazione da evento sismico, ndr)
A: Io sono rimasto a letto....dopo le prime due scosse, alle 23 e poi all'una di mattina, non mi ero preoccupato più di tanto, si continuava a stare a letto come se niente di particolare stesse capitando. Ma con la scossa delle 3.32 mi sono accorto che tutto si muoveva, cascava lo stucco, l'intonaco.....istintivamente mi sono rigirato su me stesso e mi sono messo con la schiena al soffitto e ho aspettato che passasse. Dopo di che me ne sono uscito.

F: Sapevate già che vi avrebbero assegnato un alloggio proprio a Camarda?
C: A dire il vero no, la speranza era comunque quella di non andare troppo lontani dal paese di origine, sarebbe andato anche bene stare ad Assergi, Paganica o Bazzano. Poi quando mi hanno comunicato, a gennaio 2010, che era stato deciso un alloggio a Camarda, ovviamente sono stata contenta. Qui ci conosciamo un po' tutti ed è bello potersi ritrovare. A: Camarda era la prima scelta per tutti noi, e avere un “Mappe” a Camarda era ovviamente la opzione migliore. (A questo punto con Arcangelo chiariamo il concetto di M.A.P. ovvero Modulo Abitativo Provvisorio)

Caterina, dopo la definizione di M.A.P chiede “dove andremo dopo, visto che sono provvisori?

F: Giusta domanda, cosa vi aspettate?
C: Io spero di poter tornare a casa mia, a Camarda vecchia, poterla ristrutturare. Arcangelo rilancia con la possibilità in futuro di poter riscattare questo alloggio, come opzione, visto che ci si trova bene.

F: Si vedrà come le autorità si muoveranno, comunque, per il momento, come vi trovate in questi alloggi?
C: Stiamo bene qua dentro, sarebbe bello poter appendere qualche quadro, personalizzare un po' la casa, già ho cominciato con alcuni oggetti di mia figlia là sulla mensola, ho messo un bel copriletto colorato nel letto. L'unica cosa è che quando piove, poiché siamo al piano primo, si sente un po' il rumore della pioggia. Per il resto si sta caldi in inverno, vediamo ora in estate, speriamo di stare freschi.

Arcangelo interviene dicendo che al rumore della pioggia ci si abitua e Caterina simpaticamente ribatte dicendo che non si vuole abituare ad un rumore che non le piace.


Franco e Annamaria, Camarda (L'Aquila)

Franco ed Annamaria, una coppia brillante, con un passato che dice matrimonio in Australia, nascita in Africa, periodi di vita in Veneto, Abruzzo e vari altri posti. Oggi li abbiamo incontrati nel loro nuovo alloggio che ILLE e Belwood hanno costruito nell'area di Camarda per il progetto M.A.P.

F: Come state in questo appartamento?
A: E' veramente comoda, abbiamo anche la stanzina per i nipotini, fanno a gara a venire su a dormire da noi, c'è chi viene il venerdì sera e chi il sabato. Sa, essere nonni è bello e ci piace anche un po' viziarli.

F: Avete provato un po' di spaesamento iniziale quando siete entrati nei nuovi alloggi?
F: Assolutamente no, poiché noi già conoscevamo questa area collinare, avevamo un pezzo di terra qua vicino, dove c'è la Colombaia. Anzi dove c'era la Colombaia perchè il terremoto la ha danneggiata seriamente. Ci piace anche stare vicino al nostro paesino di Camarda, anche perchè mia moglie è patita (tanto patita aggiunge lei, ndr) per gli animali, abbiamo delle mucche giù in paese, dei conigli, delle galline, mia moglie prende le uova e le da alle amiche.

F: Piave, Veneto, Australia, Africa......e poi Camarda, come si arriva qui dopo tutto questo?
A: “Vatte a prende un Baglioni”! (la moglie spiega che il marito è di qua, mentre lei è veneta di origine, ndr). Qui si sta bene, c'è la montagna, aria fresca, c'è un bel bosco qua vicino.

F: Dopo il terremoto e prima di venire qui nei M.A.P., dove siete stati?
F: La Protezione Civile ci ha preparato una tenda vicino ad un terreno che avevamo. Ricordo che quei vigili del fuoco di Bergamo hanno lavorato anche sotto la pioggia perchè il giorno dopo dovevano partire. Sa, noi non ci siamo mai sentiti abbandonati e mi dispiace sentire queste lamentale sul capo della Protezione Civile, poi, speriamo non sia vero, comunque chiunque può sbagliare ma noi possiamo dire che abbiamo sempre visto una grande assistenza e dobbiamo essere orgogliosi di quello che è stato fatto.

F: E dopo i M.A.P.?
F: Il nostro desiderio è di poter ristrutturare la nostra casa nella vecchia Camarda, per poterla così dare ai nostri figli. Questa è la nostra unica speranza. A: Avevamo anche un bar nel centro di Camarda, che poi è diventato un ufficio postale.

F: E quando piove sentite rumore qui sotto?
F: No, al piano terra non si sente niente, anche se a volte sentiamo i vicini qui sopra con gli scarponi, sarebbe più comodo per tutti un bel paio di pantofole!

F: E la Colombaia?
A: Ecco, la Colombaia era un po' il simbolo della Camarda vecchia, in cima al colle, sembrava un castello. Ne ero molto orgogliosa. Le due “Camarde” ora stanno vicine, una è qui dove siamo noi, l'altra, che speriamo presto di veder ristrutturata, è un po' più a valle. F: Quando il giorno dopo il terremoto ho visto come era ridotta la Colombaia, mi sono reso conto di quanto forte fosse stato il terremoto. Aveva dei muri spessi due metri. Eppure qualche anno fa era stata ristrutturata dal Comune.

F: E quella sera?
F: Andò via la luce, non trovavo più la mia carrozzina, mi è venuto da piangere, pensavo il solaio dovesse cadere giù. Sentivo i vasi che cadevano e si rompevano a terra. Poi è tornata la luce, ho recuperato la carrozzina in un angolo della stanza e percorrendo il corridoio vedevo sangue per terra e poi mi sono reso conto che veniva dai miei piedi che si appoggiavano sopra i cocci di vetro. Poi sono scesi dai piani di sopra mio figlio, la moglie e i figli. Tutti eravamo scioccati. Ma da lì siamo poi tutti “ripartiti” e oggi siamo qua.


Roberto, Laura e Camilla, Tempera

Roberto, insieme alla moglie Laura ed alla figlia Camilla, vive in un appartamento dei due edifici ILLE presso l’area di Tempera. Risiedono là dal mese di dicembre 2009, periodo di consegna degli appartamenti. Li abbiamo incontrati con l’occasione di tinteggiare una parte di muro dietro il piano cottura. Ci hanno offerto un caffè e spiegato molte cose. È stato un piacere conoscerli meglio, vedere con quale cura hanno personalizzato la casa, un passo importante per sentirsi “temporaneamente in un proprio spazio” e abbiamo anche avuto la fortuna di ammirare delle composizioni “pittoriche” (o meglio artistiche) che Roberto realizza come hobby.

Sono dei manufatti di grande pregio e contribuiscono ad “arredare” ancora di più un’abitazione accogliente. Si dice in giro che Roberto sia stato “obbligato” in passato ad allestire una mostra dei suoi lavori in un paesino vicino L’Aquila (ed oltretutto con grande successo). Noi gli auguriamo di continuare a dipingere le tele, seppur di dimensione ridotta, come ha confermato lui, poiché il precedente studio dove lavorava, presso la loro abitazione in centro, è al momento inagibile e al presente sta ipotizzando di allestirne uno nello sgabuzzino della nuova casa.

(Nell’intervista che segue, poiché tutti i membri della famiglia hanno partecipato al dibattito, “R” indica Roberto, “L” la moglie Laura mentre “C” la figlia Camilla)

F: Dove stavate prima di entrare in questo appartamento?

R: Vivevamo vicino al centro storico, in una casa presso la Chiesa di San Pietro. La avevamo riadattata e ristrutturata. Arredata con gusto, c’era anche il mio studio per le composizioni artistiche che vede qui intorno alla casa. Una bella casa. (Ci indica delle foto della casa prima e dopo il terremoto, immortalate su di un calendario a muro) Vede, questa casa affianco, è completamente da demolire, mentre la nostra, bene o male, si può in qualche modo ristrutturare. Stiamo aspettando. Con il terremoto si è scoperta un’antica bifora. Pare che questa abitazione ne abbia passati di terremoti, più o meno forti, e sempre è stata ripresa e ristrutturata. Non mancheremo all’appuntamento proprio noi.

F: Il terremoto, se vi va, cosa ricordate?
L: A dire il vero al momento del terremoto eravamo fuori L’Aquila, a Bologna, perché io ero stata sottoposta ad un intervento delicato e fin da un mese prima del sisma mi trovavo lì, con mio marito e mia figlia.
R: Eh si, è stato strano vivere il tutto da lontano, ma eravamo così impegnati in un delicato processo ospedaliero che, diciamo pure, già stavamo vivendo una nostra “tragedia” interna. Mi ha chiamato un amico, dicendomi del sisma, il giorno dopo sono subito andato a L’Aquila per vedere cosa fosse successo.

F: Deve essere stato strano vivere questo evento da distante?
R: Si, strano soprattutto quando già si sta soffrendo per altre situazioni. Comunque al primo impatto, il giorno dopo il sisma, quando mi sono recato da Bologna a L’Aquila, non avevo avuto l’impressione che fosse stata una tragedia così grande, ancora non si conoscevano i numeri, si parlava di 15 morti. La cosa che però poi mi aveva colpito molto era sentire la voce degli amici miei, una voce alterata, cambiata, un tono segnato dallo shock di qualcosa che noi direttamente non avevamo vissuto. Questo mi ha impressionato molto e mi resi conto di quanto traumatizzante deve essere stato per la gente che lo ha vissuto.

Noi siamo stati ancora per due mesi a Bologna, dopo il 6 Aprile, poi siamo tornati qua.

F: E dove siete andati a vivere?
R: In una località non troppo lontana da L’Aquila, comoda per me poiché col treno riuscivo ad arrivare comodamente al capoluogo, meno per mia figlia che in macchina, per andare all’Università, ci metteva un bel po’. Il traffico era molto poco scorrevole, intasato e spostarsi a volte richiedeva una ora e mezza almeno. 

F: E la vostra vecchia casa?
R: Ora speriamo di fare presto per poter seguire gli iter burocratici per l’inizio dei lavori. Il nostro desiderio è tornare il prima possibile a vivere dove stavamo prima, è un pezzo della nostra vita, magari ci vorrà un po’ di tempo ma è li che torneremo.

 

F: Camilla, tu cosa ne pensi di questo Progetto C.A.S.E. in generale?
C: La mia opinione è che effettivamente l’intervento, anche se poi dal punto di vista isolato è positivo (nel senso che gli appartamenti sono accoglienti e forniti di tutto) ha un po’ stravolto la vita sociale degli aquilani. Ovviamente un terremoto stravolge necessariamente i ritmi di un posto, li cambia fisiologicamente, ma a me sarebbe piaciuto poter vedere il prima possibile le famiglie ritornare nelle case meno danneggiate, quelle classificate “B” o “C”, perché è li che appartengono, per poter ricominciare un contesto di vita che non stacchi troppo violentemente col passato. Bisogna anche aggiungere che l’iter burocratico per gli interventi di riadattamento per le case “B” e “C” non è mai stato molto accessibile e credo che sia importante ad oggi fare in modo che ci siano delle linee guide chiare e precise.

R: Nel nostro caso, comunque, siamo fortunati, nel senso che le 8 famiglie che fanno parte del nostro agglomerato, sono tutte intenzionate a ristrutturare l’edificio, e ritornare nella vecchia casa.  

F: Camilla, e voi giovani cosa ne pensate?
C: Si sente dire che queste case poi rimarranno agli studenti, anche se è adesso che molti studenti avrebbero bisogno di un alloggio, perché l’Università per una città come L’Aquila è sempre stata importante, e deve continuare ad esserlo anche oggi, tutelando soprattutto il diritto allo studio dei giovani.

F: E quando vi hanno assegnato questa casa, come è stata la vostra reazione?

R: A dire il vero pensavamo di non ricevere nessun appartamento, perché all’inizio si diceva che si sarebbe data priorità alle famiglie numerose, e noi siamo solo in tre persone. Quando ci hanno comunicato che eravamo assegnati per Tempera, siamo stati molto contenti ed una volta entrati, ci è piaciuto subito, anche se all’inizio, abbiamo provato un po’ di smarrimento, una casa che sai che non è tua e ci pareva un po’ di essere in albergo. Ma poi, nei giorni successivi, la abbiamo personalizzata con piccole cose, ed ora ci sentiamo a nostro agio. (Ci indica un bellissimo mobile di una vecchia sacrestia che è stato posto nel disimpegno tra soggiorno/cucina e camere) A me piacciono molto le travi a vista e anche quando sto in camera, mi piace guardarle; aggiungono qualche cosa in più ad un ambiente.

F: E qualcosa che non va?
R: Ma come si fa a criticare, noi stavamo già passando un periodo impegnativo per i problemi che le accennavo prima, poi è successo il terremoto, la nostra casa è da ristrutturare ed ora possiamo stare per un po’ in questo bel appartamento, stiamo bene, siamo contenti, non vogliamo criticare nulla.

F: Ultima domanda, quale è, se si può pensare ad uno, l’insegnamento di un terremoto alla popolazione che lo subisce?
R/L/C: Ci ha insegnato che bisogna vivere con poco, non accumulare tutto per il futuro, che bisogna volersi più bene, imparare a condividere, che bisogna essere contenti delle cose che si hanno o di quelle che si ricevono. Noi siamo stati fortunati poiché non abbiamo perduto nessun familiare nella tragedia del 6 Aprile, ma immaginiamo il dolore di coloro che invece hanno subito lutti. Insomma, non ci aspettavamo il terremoto, anche se c’erano state tante scosse, ma è arrivato ed ora stiamo facendo i conti con il presente e vogliamo viverlo con passione, continuare a fare le cose di sempre, pensare a ritornare prima o poi nella nostra casa di una volta.


Walter, Roio Poggio

Walter vive insieme alla compagna e al figlio in uno dei nuovi appartamenti costruiti dalla ILLE e Belwood nell’area di Roio Poggio.

F: Quando siete entrati qui a Roio Poggio?
W: Siamo entrati domenica scorsa, da pochi giorni.

F: E prima dove stavate?
W: Subito dopo il terremoto, siamo stati un po’ a Lanciano e poi in un campeggio vicino L’Aquila, abbiamo dormito dentro una roulotte.

 F: E prima del terremoto?
W: Vivevamo in Via Campo di Fossa, vicino al centro o alla Villa Comunale, dove si era creato quel buco enorme con la macchina caduta dentro. Era su tutte le televisioni o giornali. Così, è stato terribile, polvere dappertutto, gente che ha perso famiglia, figli. Forse queste case che vediamo qua sono un segno per ripartire.

 F: Cosa avete perduto?
W: Beh, la casa, che si era costruita con tanto sacrificio. Ora la casa è inagibile, non c’è luce, niente. Devo dire che però a noi ci hanno aiutato molto e spero anche che si possano aiutare quelle povere persone che vivono ad Haiti.

 F: Altro, che vorrebbe dire?
W: Ho vissuto anche in tenda, in un campo sfollati, perché lavoravo a L’Aquila dal lunedì al venerdì, poi il venerdì sera raggiungevo la mia famiglia a Lanciano. Stavo meglio in roulotte che in tenda, se devo essere onesto, almeno la roulotte è rialzata da terra.

 F: E quando ha visto questa nuova area di Roio Poggio, che ha provato?
W: Devo dire che vedere ancora questi operai (e li indica mentre sistemano le aree esterne) che lavorano qui vicino a noi, sento il loro affetto, che ci vogliono bene, che stanno lavorando per il nostro bene. Vorrei che il Presidente del Consiglio Berlusconi venisse ogni tanto qui a trovarci, così, a vedere come stiamo. Lo vorrei ringraziare.

 F: Le piace la nuova casa?
W: Tutte sono belle e la gente deve capire che questo è stato un intervento di emergenza e nessuno si deve lamentare. Ma nel nostro nuovo appartamento, almeno in questi pochi giorni, stiamo molto bene.

F: Come si immagina L’Aquila “bella mè” tra qualche anno?
W: Me la immagino più bella di quella di prima, già era affascinante. Rinascerà e speriamo che gli aquilani possano essere fieri di quello che si è fatto.

F: Un desiderio?
W: Ora ho la casa, sono e siamo molto contenti, ma sono in mobilità e vorrei trovare un lavoro, spero che arrivi presto qualcosa.


Daniele, Tempera

Daniele vive insieme alla moglie Maria Luisa e alle due figlie in un appartamento dei due edifici che ILLE ha realizzato nel cantiere di Tempera, vicino Paganica (L’Aquila).

F: Dove viveva prima di entrare in questo appartamento?
D: Stavamo in una casa bifamiliare, qui vicino, a circa 500 metri in linea d’aria. Purtroppo la nostra casa è inagibile, classificata E in base ai parametri dei rilievi dei tecnici della Protezione Civile. Anche la casa dei nostri vicini non è più agibile. La struttura è stata danneggiata notevolmente, il giunto tra pilastri e travi si è praticamente sconnesso. La casa era una struttura a telaio di cemento armato con tamponamenti in mattoni. Devo dire che un’indagine tecnica sui pilastri aveva dimostrato che in alcuni punti non c’era il ferro.

F: C’è possibilità di consolidare la vostra vecchia casa?
D: Assolutamente no, è tutto da buttare giù, troppi danni e poi noi preferiamo sentirci sicuri in una struttura che sia in grado di resistere al terremoto.

F: Cosa si ricorda di quella sera?
D: Tanti ricordi. La scossa delle 23.30 era stata bella forte e immediatamente con mia moglie sono andato a prendere le bambine in camera e poi a fare una passeggiata. Avevamo deciso di fare dormire le bambine con noi perché avevano paura. Io credo nelle istituzioni e quindi pensavo che effettivamente queste scosse fossero di assestamento e più di tanto non ci siamo preoccupati. Vero è che nelle scuole delle nostre figlie, già da una settimana prima del 6 Aprile, facevano ai bambini dei corsi di formazione su come comportarsi in caso di terremoto. All’una e mezza di notte c’è stata un’altra seconda forte scossa. Anche dopo questa scossa siamo rimasti dentro casa, sperando sempre per il meglio e sempre pensando che fossero di assestamento.

E poi alle 3.32 c’è stata la prova più dura, 27 secondi che sembravano non finire mai, io mi sono posizionato sopra mia moglie e le bambine, per proteggerle, anche perché tutto si muoveva così come un grande specchio che stava sulla parete della camera, pesante, e che se ci fosse venuto addosso, avrebbe fatto di sicuro i suoi danni. Istintivamente ho agito così ma devo dire e dare atto a mia moglie, che in tutto questo avvenire e subito dopo, si è comportata molto razionalmente, non facendo pesare le sue paure sulle bambine, e credo che questo sia stato un grande gesto di amore.

Se durava due secondi di più, sono sicuro che sarebbero venuti a trovarci sotto le macerie anche a noi.

Anche a Chieti si è sentito ed ha fatto vari danni. Ho familiari da quelle parti.

Comunque, volevo aggiungere, che la fortuna nostra è stata che subito dopo il sisma, la luce è andata via, quindi il non vedere quello che c’era intorno, la distruzione, ci ha evitato uno shock troppo forte da vivere tutto in un momento. Una cosa che mi ricordo quando siamo usciti è un masso gigante che veniva da una casa.

A mano a mano che ci avvicinavamo alla città vedevamo fumi, non sapevamo cosa fossero, sembrava una dimensione spaziale così irreale.

F: Cosa avete fatto dopo quella mattinata?
D: Ho mandato tutti a Chieti, dai miei familiari, affinché si sentissero in un posto sicuro. Poi ci è stato dato alloggio in un albergo a Roseto, sul mare. Però ogni volta che c’era una scossa, l’albergo dondolava e dondolava che non riuscivamo a dormire, soprattutto le bambine. Alla fine, poiché sia io che lavoro in una cava che mia moglie che è infermiera, avevamo bisogno di stare vicino L’Aquila, per il lavoro e anche per le nostre figlie, abbiamo cercato una nuova sistemazione.

E così siamo stati quasi 8 mesi nel campo sfollati vicino Collemaggio e devo dire che è stata una bellissima esperienza, sia dal punto di vista sociale, di condivisione con altre persone, sia da quello personale, nel senso che sotto una tenda ci sentivamo sicuri, niente di grave, li sotto, poteva succederci. 

F: E dopo?
D: Verso fine ottobre, quando c’è stata una fortissima tromba d’aria nel campo sfollati, ho deciso di cercare un posto diverso per la mia famiglia. Inizialmente la Protezione Civile ci aveva assegnato un posto a Lucoli, però era troppo scomodo per le nostre esigenze, quindi successivamente ci è stato assegnato questo alloggio, e devo dire che una volta entrati, non siamo più usciti. Abbiamo dormito qui fin dalla prima sera della consegna. Ripeto, in tenda è stato il periodo più sereno, dormivamo, ci sentivamo tranquilli, sicuri. 

F: E come vi trovate in questo nuovo appartamento?
D: Ti dirò la verità. Noi qui a Tempera non ci volevamo tornare, per vari motivi, perché c’era la nostra vecchia casa vicina. Ma devo dire che quando abbiamo visto l’appartamento ed ho sentito mia moglie tranquilla, tutto è cambiato. E’ una bellissima, casa, calda, accogliente, comoda, molto luminosa, con una bella vista, un po’ come dove stavamo prima. Poi qui c’è un pavimento in legno chiaro, le travi a vista, si sta bene e non è assolutamente buia. Il guardaroba lo abbiamo trasformato in un piccolo studio, dove mia moglie fa le sue cose, ci siamo arrangiati così. Meglio un bagno ed un guardaroba che due bagni e basta.

Devo aggiungere che quando c’è stato il terremoto, nessuno di noi pensava di ricevere un aiuto così grande, c’è stata una grandissima movimentazione in tutti i sensi.

F: Qualche critica riguardo questa nuova casa?
D: Solo una cosa, spesso l’acqua calda della doccia dura molto poco, probabilmente è una questione di assestamento dell’impianto legato ai pannelli solari.

 F: Ogni tanto si sentono persone che avrebbero preferito i container ed un approccio immediato per recuperare il centro storico, lei che dice?
D: Io dico invece che questa è la migliore soluzione perché permette alle persone di ripartire con la mentalità giusta, se tu vivi in un container, quanto tempo ci devi stare?...Qui non sono inagibili 100 case, qui è crollata una città, ci vuole tempo, meglio stare dentro ad una casa come questa piuttosto che in un container, se si tratta di anni.

A me e a noi, manca ovviamente il centro storico e lo vorremo vedere presto vivibile, accessibile, è importante un centro per ogni abitante, per andare a passeggiare, per uscire dalle periferie, vedere la storia di un posto. Non possiamo sempre andare allo stesso centro commerciale, per questo ci auguriamo con tutto il cuore che nei tempi previsti sia data giustizia al centro de L’Aquila, bello in tutti i sensi ma soprattutto importante per tutti gli aquilani, e non solo.


Vincenzo, Onna

Vincenzo Pezzopane, sposato e padre di due figli, vive ad Onna da varie generazioni e ora risiede in una delle abitazioni costruite grazie all’intervento della Provincia Autonoma di Trento e alla realizzazioni delle unità da parte di Ille Prefabbricati_Case in legno. Vincenzo ci ha gentilmente ospitato per una chiacchierata in un assolato dopo pranzo dell’11 Novembre 2009, a distanza di alcune settimane dal loro ingresso nelle nuove abitazioni. E così lo abbiamo incontrato. 

F: Ad Onna da sempre?
V: Sono di Onna da varie generazioni. Cosa dire, Onna è il mio paese, il posto degli affetti con una antica tradizione contadina che purtroppo oggi si sta un po’ perdendo. Sono sempre meno quelli che vogliono continuare i mestieri legati alla terra, sarà un po’ per i tempi che cambiano o per molte altre cose….sarà un po’ per il fatto che oggi si punta al massimo profitto col minimo sforzo, al rendimento delle aziende.

Chi cercava tranquillità veniva ad Onna e facilmente trovava la propria dimensione.

 F: Onna e L’Aquila?
V: Alla fine c’è sempre stato un bel rapporto tra il mio paese e L’Aquila, che in fondo è un paese allargato, è Capoluogo di Provincia pur mantenendo una dimensione vivibile e legata alle tradizioni. Ovviamente sto un po’ parlando del passato, del tempo precedente a quella famosa data.

F: 6 Aprile 2009, se le va, cosa ricorda di quella notte?
V: Purtroppo le nostre case erano inadeguate ad un terremoto, soprattutto di quelle dimensioni. Se fossimo stati informati…..beh, non voglio polemizzare perché non avrebbe senso, ma la realtà è che un po’ tutte le case del mio paese sono venute giù così facilmente che di antisismico non avevano proprio nulla. Noi siamo stati comunque fortunati, perché quella notte avevamo dormito in un rustico ad un piano, proprio perché avevamo come un presentimento, dopo la serie di numerose scosse che hanno preceduto quella che ha poi distrutto Onna e molti altri posti.

Mia moglie era sveglia da qualche ora, dalla scossa delle 2.

Sono momenti in cui perdi la cognizione di ogni cosa, sapendo che è successo qualcosa di irreparabile e senza sapere dove mettere le mani si cerca di fare tutto il necessario che si deve fare. E’ come rendersi conto che si sta per cominciare una nuova vita, improvvisamente, senza averla richiesta o voluta.

E’ difficile spiegare la sensazione e soprattutto capirla se non la si ha vissuta.

Poi era freddo quella notte, non c’era luce. Siamo stati alloggiati per un po’ con altre 32 persone in una tenda anche se ci rendevamo conto che non potevamo continuare a stare così.

Ci hanno trovato una sistemazione lungo la costa e li è andata mia moglie con mia figlia e il bambino (di pochi mesi). Io sono rimasto un po’ più in zona per svolgere una serie di pratiche utili a tutti noi e seguire le decisioni sul destino del nostro paesino.

La cosa strana era che il luogo lungo la costa dove eravamo stati assegnati era la stessa località di dove eravamo abituati ad andare in vacanza, ironicamente ci si trovava lì non per scelta ma per necessità. Abbiamo un po’ vissuto la sensazione dei deportati, consapevoli però che tutto questo era dettato dal disastro naturale. Ho riflettuto che deve essere triste per un popolo doversi allontanare dalla propria terra, insomma, mi sono venuti in mente situazioni ancor più difficili vissute da altri popoli non lontano dalla noi.

Senti che ti stacchi da qualcosa da cui non vorresti staccarti.

F: Come avete seguito le decisioni sulla ricostruzione della vostra Onna?
V: Noi ci siamo sempre opposti alla possibilità di essere trasferiti in appartamenti, anche perché la nostra tradizione è quella di vivere in case indipendenti, relativamente basse. Abbiamo sempre cercato di poter rimanere nel posto dove siamo cresciuti e alla fine possiamo ritenerci soddisfatti della sistemazione temporanea che ci è stata data. Dico temporanea perché il desiderio di tutta la gente è poter ritornare a costruirsi una casa, magari nel posto di prima, crearsi i propri spazi.

F: Ed ora?
V: Qui siamo contenti ma allo stesso tempo ci sentiamo un po’ confusi, come se la casa non ci appartenesse, ci è stata data in fondo, la casa di prima non ci appartiene neanche quella, è inagibile e sarà probabilmente da buttare giù completamente. Non so come spiegarle, ma ripeto che non ci possiamo lamentare, perché abbiamo una sistemazione più che dignitosa, finiture di pregio, tre camere da letto, un bagno grande e una cucina soggiorno vivibili.

Comunque per quel che è possibile cerchiamo di personalizzare anche questo spazio, portando qui qualcosa della casa vecchia, per provare a sentirsi un po’ come prima.

F: Come è vivere all’interno di una casa in legno?
V: Credo che questo tipo di case farà scuola nel nostro territorio. Sono assolutamente coibentate, si immagini che la mattina accendiamo il riscaldamento 10 minuti e siamo apposto per quasi tutto il giorno. Spesso sto in maglietta. Certo che gli spazi sono minori rispetto alla nostra vecchia casa, però di sicuro offre un gran risparmio dal punto di vista energetico.

F: C’è qualcosa che vorrebbe migliorare di questa casa?
V: Onestamente la copertura, la farei di tegole tradizionali, poiché la lamiera a volte, durante la pioggia, fa un leggero rumore che preferirei non ci fosse. Certo è che dal punto di vista del terremoto è meglio avere materiali leggeri come la lamiera, però…

F: Comunque diciamo che è una casa temporanea e così ve la sentite, come detto poco prima?
V: In Italia quando si parla di “temporaneo” non si sa né quando si comincia e neppure quando si finisce………il “temporaneo” lascia aperta ogni tipo di soluzione, però al momento siamo fortunati ad avere quasi gli stessi vicini di casa di prima. In prospettiva c’è comunque l’idea di costruirci una casa a due piani, con il secondo piano in legno. Se la Ille mi farà un buon prezzo, certo che la considererei (sorride).

F: Abbiamo parlato di varie cose […] una ultima domanda, cosa vorrebbe ritornasse indietro dopo quella sera?
V: Di certo, senza pensarci, le persone, tutte quelle che non ci sono più ed è soprattutto per loro che sentiamo che dobbiamo essere forti e pensare a ricostruire la vecchia Onna. Aspettiamo che ci portino via tutte le macerie, perché fintanto che stanno là, facciamo fatica a staccarci dal passato, fino a che ce le abbiamo davanti. Vogliamo ripulire i vecchi dolori e lentamente ed in nome delle vittime ed anche dei nostri figli, ripartire o come si dice spesso da queste parti, cominciare a “volare” verso un futuro più sicuro e dignitoso.


Joanna, Onna

F: Come mai ad Onna?
J: Ho scelto Onna perché appena la ho vista, mi sono innamorata della sua dimensione di piccolo borgo con una bellissima veduta sulle montagne e la presenza di antiche tradizioni che non sono state tradite dal tempo, una vita semplice e contadina, dove si poteva anche non chiudere la porta a chiave e una volta tornati dal lavoro, si trovavano lattuga fresca e uova fuori di casa. Poi avevo avuto la possibilità di comprare una casa grande del ‘700 su 4 piani, che con mio marito abbiamo completamente ristrutturato all’interno, per avere anche la possibilità di ospitare amici e persone che fossero venuti dall’Inghilterra a trovarci. La casa aveva anche un piccolo giardino con una legnaia, che era diventata il regno di mio marito.

Oltre all’attività di musicisti presso l’orchestra sinfonica abruzzese, la nostra casa ci ha saputo appassionare proprio perché ce la siamo curata con amore e ristrutturata per durare per sempre.

F: Onna si associa subito con una data ed un’ora, 6 Aprile 2009, 3.32, cosa sente di raccontarci?
J: La sera prima siamo andati a letto molto tranquilli, pensando che la forte scossa delle 23.30 (4.2 scala Richter) fosse una normale scarica della faglia, così come sentivamo si diceva in giro, e oramai da mesi abituati a sentire ballare la terra, ci siamo comportati come gli altri giorni. Quando a volte penso alla tranquillità che mio marito ed io avevamo durante la sera prima del 6 Aprile e dopo l’ultima forte scossa, mi vengono quasi i brividi e mi appare assurdo, soprattutto pensando a quello che è successo dopo. Siamo stati catapultati dal letto e consegnati ad un’accelerazione sismica impressionante che cresceva vertiginosamente e sembrava non fermarsi mai. Un rumore assordante, noi urlavamo perché era l’unica cosa spontanea che ci veniva, i solai scricchiolavano, il soffitto lentamente cadeva sopra di noi e mio marito cercava di coprirmi col suo corpo. Per fortuna eravamo al centro del letto mentre il muro crollava rovinosamente sui cuscini. Appena finita la scossa, tutto sembrava durare una eternità, luce, polvere, il letto coperto dalla macerie, cercando una tuta da indossare e in un attimo di lucidità, prima di imboccare la scala per scendere, mi sono accorta che non c’era più, evitando di cadere al piano terra. Una volta scesi seguendo la linea della putrella di ferro che sosteneva quello che poco prima erano dei gradini, siamo usciti per cercare aiuto e lì ho realizzato che tutte le case erano venute giù. La luna piena splendeva nel cielo, l’unica luce che si poteva seguire. Vicino a questa immagine mi ricordo della freddezza che si respirava, nel senso che probabilmente tutti noi avevamo capito che non era il momento di lasciarsi andare alle emozioni, ma rimanendo lucidi, freddi e determinati, capire quali dovessero essere i passi successivi.

Mi ricordo che con molta calma e un po’ le voci che tremavano ci si chiedeva: “cosa facciamo?”. Perché credo che in certi momenti il nostro cervello riesca a controllare l’emotività dicendoci “devi fare così altrimenti muori”, chiudendo per un istante quel canale emozionale che in una situazione come questa avrebbe bloccato ogni forma di reazione.

Questa è Petra (Joanna indica una bellissima cagnolina che riposa in prossimità della porta di entrata), il nostro cane labrador che al momento del terremoto era al piano terra ed era anche lei terrorizzata.

Una volta usciti abbiamo comunque capito che non era il momento di chiedere aiuto ma di dare una mano a chi era in condizioni ancora peggiori delle nostre, così ci siamo prodigati per aiutare alcune persone anziane a scalare il muro della casa crollata per uscire nello spazio aperto. La casa di Bettuccia, nostra vicina di casa era completamente crollata e abbiamo subito pensato ai due ragazzi che dormivano dentro. Per fortuna dopo l’ultima scossa avevano avuto il presentimento e deciso di dormire in macchina. Purtroppo non per tutti è andata così, la macchina di Tonino era li in strada ma la casa non c’era più e con lei anche lui, rimasto sotto le macerie, con la moglie ed una figlia di sei mesi […]

F: Come vi sentite ora nella vostra nuova casa ed a pochi metri dalle macerie?
J: C’era una grande volontà di rimanere nel paese, anche per me che non sono nativa di Onna e dall’accento si sente [sorride], e il mio sentimento era quello di tutti gli abitanti rimasti del paese, queste montagne [le indica], sono la nostra quotidianità. E’ stato un grande passo passare dalle tende o dalle roulotte ad una casa vera e propria, con un bel bagno, acqua calda, però….. 

F: Però…?
J: Nel momento in cui siamo entrati dentro le nuove case abbiamo realizzato che le nostre non c’erano più. Mentre eravamo in tenda non ci si era ancora resi conto di questo aspetto, si viveva come in una terra di mezzo con un piede pronto a rientrare nel vecchio paese (che realisticamente era quasi completamente crollato) e l’altro per andare non si sapeva dove. Quando abbiamo messo entrambi i piedi nella nuova casa, c’è stato come un momentaneo ed improvviso grande imbarazzo, che è durato poco…e lo definirei come il momento più basso della linea emozionale cominciata alle 3,32 del 6 Aprile. Pochi giorni dopo essere entrati, invece, e questa è una sensazione non solo mia, ma di tutte le persone che conosco qui, ci si è lentamente abituati alla nuova condizione. Realizzato il distacco, alla fine, guardi qua, è una casa molto accogliente, poi io adoro il legno, è coibentata in maniera perfetta, ci si sta molto bene. 

F: Come tipologia e spazi abitativi come vi trovate?
J: Ripeto che queste case sono fatte proprio bene, pagheremo molto poco di riscaldamento, la veranda ritorna utilissima, sia di estate che d’inverno. Abbiamo anche del terreno intorno, infatti dietro casa ho già sistemato un tavolo per la primavera ed estate. Ci stiamo comunque abituando a questa nuova vita, passare dalla tenda ad una casa vera e propria ha il suo perché anche se in un certo senso ci manca un po’ quella socialità che si era instaurata nella tendopoli, dove ci si interagiva di più, ci si aiutava anche un po’ tutti, ma ora si ricomincia in un modo un po’ più normale.

 F: Quando si entra ad Onna, un cartello dice “residenze temporanee….”?
J: Molte persone appena entrate in queste case hanno detto “mi fa paura il fatto che queste case siano troppo belle….” Perché in fondo tutti noi vogliamo ritornare nel nostro paese, essere in grado, con l’indennizzo statale, di recuperare/ristrutturare, dove possibile, i nostri antichi spazi, per questo ci tengo a dire, che si, il cartello è corretto, sono case provvisorie (sorride) anche se accoglienti e dotate di tutti i comfort. Ci consideriamo fortunati comunque di poter avere avuto la possibilità di stare vicino a dove abbiamo investito energia e vita e da qui, essere in grado di pianificare la nostra semplice rinascita in una Onna ritrovata.

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